• Michele Viviani

Ecologia Politica della Musica: un aggiornamento



"Political Ecology (..) is defined by critical attention to the principles of action and the forms of social order that link material environments and human cultures".
(Kyle Devine: Decomposed -The Political Ecology of Music-  pag.18). 

In questo post offro un aggiornamento ad alcuni temi emersi nel contributo che ho realizzato lo scorso anno, recensendo il libro "Decomposed, The Political Ecology of Music" di Kyle Devine (1). Il libro di Devine tratta del mondo della musica osservandolo attraverso gli oggetti di cui è composto (vinili, streaming, smartphone ecc). In questo modo può raccontare dell'impatto che le trasformazioni dell'industria musicale hanno sull'ambiente fisico. Da questa analisi tecnica e storica emergevano diversi aspetti interessanti, ne sottolineo tre:

  1. La diffusione dello streaming musicale ha incrementato l'impatto ecologico della musica. E' diventata più energivora ed inquinante rispetto al periodo dei soli "supporti fisici";

  2. Il mercato musicale contemporaneo è caratterizzato dal fenomeno della coesistenza, che significa anzitutto la moltiplicazione dello stesso prodotto in diversi formati e supporti, che – tutti insieme – rimango presenti nel mercato;

  3. L'industria musicale – o meglio le interrelate industrie che operano nel mondo della musica - sono emblema di un modello di sviluppo che sfrutta l'innovazione tecnologica per aumentare lo sfruttamento delle risorse ambientali ed umane.

Aggiornare questa riflessione ad un anno di distanza significa offrire un elenco ragionato di letture ed alcuni commenti funzionali a legarle insieme nella logica dell'Ecologia Politica. Si tratta di posizionare le analisi di Devine rispetto ad alcuni elementi di contesto e rispetto ad alcuni casi emblematici.


La struttura del post è la seguente:


1. L'impatto inquinante della vita digitale

1.1) Il settore dell'ITC ed il mercato energetico

1.2) L'impatto delle Big Tech in una prospettiva politica

1.3) Il modello di business del capitalismo delle piattaforme

2. Il mercato delle musica e le piattaforme

2.1) Streaming Vs Fair Trade

2.2) Il caso Spotify

3) Musica Live: Greenwashing e Sostenbilità

3.1) Sanremo 2022: il vincitore è il Greenwashing

3.2) Altre Esperienze (Music Declares Emergency)



1) L'impatto inquinante della vita digitale

"Music is not the same kind of problem as ocean reserves and peak oil. We do not need to worry about it as much as food and biodiversity, cars or energy wit large. But this is not a good argument to ignoring music contribution's to global environment concerns and its relation to capitalism web life. It is a difference of degree, not kind". (Devine,pag.153). 

1.1) Il settore dell'ITC ed il mercato energetico


L'impatto ecologico dell'industria musicale contemporanea dipende da due fattori congiunti: il poggiarsi dell'industria musicale sullo streaming digitale e - relatamente - su oggetti fortemente inquinanti - considerato il loro ciclo di vita - quali sono i mezzi più recenti di ascolto della musica (smatphone, tablet ecc.)

Alcune delle conclusioni di Devine si contestualizzano quindi all'interno della riflessioni sull'impatto ecologico dell'information technology (ITC). Un buon punto di partenza per affrontare l'argomento si trova in questo articolo del Manifesto, in cui viene discussa la dimensione assoluta dell'energia consumata dall'ITC ed alcuni dei temi fondamentali che ne accompagnano la dinamica d'aumento.

  • Il punto indiscutibilmente critico dell'impatto ambientale dell'ITC è nella produzione di oggetti quali gli smartphone che hanno un impatto inquinante altissimo: unica soluzione in questo caso e ridurne produzione e consumo;

  • l'impatto delle piattaforme più diffuse (facebook, amazon, ecc.) è molto elevato in termini di consumi energetici: si tratta dell'impatto dei loro server. Questi sono potenzialmente alimentabili con energie rinnovabili ed alcune di queste piattaforme si sono gia mosse in quel senso, diventandone tra i primi acquirenti mondiali;

  • tuttavia data la mole di consumo energetico che inducono non è sufficiente che queste imprese siano consumatori di energia verde: sarebbe necessario da parte loro un attegiamento attivo nel produrla per renderla competitiva ed accessibile. Agire insomma anche sul lato dell'offerta, per calmierare i prezzi.

Per approfondimenti si può procedere con le due ricerche citate nell'articolo: quella storica di Greenpeace ClickClean e la più recente ad opera dello Shift Project. Sulle politiche di sostenibilità delle Big Tech questa sintesi realiizatta da Fridays for Future Italia è utile, nonostante l'assenza - tra quelle considerate - delle piattaforme di streaming musicale.


1.2) L'impatto delle Big Tech in una prospettiva politica


Per riflettere sull'impatto delle grandi piattaforme, in una logica di Ecologia Politica, è necessario adottare una prospettiva che non sia quella della sostenibilità ambientale della singola azienda, ma appunto quella dell'impatto ecologico e politico complessivo. Abbiamo detto infatti che non sono imprese che operano in "mercati dati", ma che - con la loro mole e la specificità del loro businnes - sono in grado di modificare i mercati in cui operano e più radicalmente la vita delle persone politicamente intesa. E' in questa direzione che sembra andare il lavoro che sta emergendo all'interno di Friday For Future Italia ed Extintion Rebellion Italia. Il loro approccio al concetto di “sostenibilità della vita digitale" cerca di collegare i diversi percorsi di impatto delle piattaforme sulla vita delle persone. Come rilevano infatti: “Moltissime delle piattaforme digitali che utilizziamo quotidianamente non sono sostenibili e fanno scelte eticamente discutibili alle nostre spalle: enormi data center ad alto impatto ambientale, tecnologie proprietarie che violano la nostra privacy e minano la democrazia; algoritmi studiati per creare dipendenza psicologica, Intelligenza Artificiale al servizio del sistema petrolifero". Su quest'ultimo aspetto viene citata l'mportante ricerca di Greanpeace Oil in the Cloud che mostra come "le tre delle più grandi cloud companies (Amazon, Microsoft e Google) siano in partnership con le compagnie petrolifere per l'uso dell'intelligenza artificiale nella scoperta, estrazione, distribuzione, raffinamento e marketing di petrolio e gas".

Il percorso di riflessione realizzato da queste associazioni vede nel sostengo alle tecnologie open source il mezzo per ridurre il ruolo delle piattaforme e l'impatto inquinante della vita digitale: si può seguire questo lavoro attraverso il progetto Openforfuture.


1.3) Il Modello di business del capitalismo delle piattaforme


Per esplicitare in modo ancor più netto la dimensione politica dell'impatto delle principali piattaforme possiamo chiederci: ma queste piattaforme commerciali (facebook , amazon, spotify, google ecc.) che cosa sono?

Sono delle macchine di controllo del comportamento che hanno la finalità di trasformare ogni ambito e forma di azione umana in qualcosa di cui ci si può appropriare per finalità commerciali (e di manipolazione politica). Il loro modo di operare è quello di ridurre e canalizzare le forme di interazione in tipologie da cui possono essere estratti dei dati che possono a loro volta venire elaborati e venduti per controllare il comportamento.

Ciò avviene attraverso una colonizzazione di ambiti di spazio pubblico, e di risorse private, che queste piattaforme non creano, ma – al contrario – invadono ed a volte espropriano. Questa impostazione descrittiva – che trovo l'unica corretta – emerge dall'eccezionale contributo di Shoshanna Zuboff “Il capiltalismo di Sorveglianza” (2). Questo volume costituisce un'analisi accurata del modello di business delle Big Tech e dei suoi principali effetti sulla società. Si può partire - per un'introduzione - da questo contributo in inglese di Alex Ross, oppure da questa recensione in italiano uscita CarmillaOnline.

Il lavoro della Zuboff segnala come per reagire alla presenza di questi soggetti serva la difesa - e lo sviluppo - degli aspetti fondamentali che alimentano lo spazio pubblico e tutelano lo spazio privato. Tutte le attività che alimentano la vita democratica - in particolare l'informazione, l'attività associativa e l'attività politica - devono trovare forme di sostegno che permettano di costruire spazi alternativi alle finalità private e commerciali delle piattaforme, oltre che agli altri poteri dello stato. Purtroppo, sicuramente nel nostro paese, la pandemia da Covid 19 è stata un'occasione per limitare ancora di più gli spazi pubblici, secondo una tendenza in atto da molti anni, ed aumentare la dipendenza delle persone e delle istituzioni (si pensi alla scuola e all'università) dagli strumenti offerti dalle piattaforme.

Su questi aspetti si può consigliare anche la parabola di esperienze ed analisi prodotte dal collettivo Wu Ming: si parta da questo contributo, che nel libro "La Q di Qomplotto" (3) viene contestualizzato all'interno delle riflessioni sul cospirazionismo contemporaneo di cui le piattaforme sono tra i motori essenziali.



2. Il mercato delle musica e le piattaforme


"Listeners today spends less of their disposable income on recorded music, and less money per record, than in the days of LPS and 78s. This raises real questions about the cultural value of music. But if we are in an era where economic cost of music is lower than in the previous times, the environmental cost of music is higher then ever before". (Devine pag. 160) 

2.1) Streaming VS Fair Trade


Abbiamo parlato dell'economia delle piattaforme e dei suoi effetti ecologici, ma non ancora del loro rapporto con l'evoluzione del mercato musicale.

Per tracciare questo aspetto si può fare riferimento al lavoro che il giornalista Anil Prasad - animatore del sito Inneviews - ha realizzato nella sua presentazione “The Economic Reality of Streaming for Musicians” .

Prasad offre anzitutto un'analisi storica del processo occorso negli ultimi vent'anni: mette in evidenza la crisi del mercato musicale originata dall'arrivo del Peer-to-Peer e come ciò abbia ingenerato una reazione dell'industria che – dopo un periodo di assestamento – si è stabilizzata su un modello che offre quasi gratuitamente l'accesso all'intero catalogo musicale, ma non remunera gran parte dei lavori presenti. L'abbonamento a Spotify costa all'utente pochissimo, ma gran parte dei prodotti presenti nella piattaforma non guadagna quasi nulla. In sostanza è un modello che, pur basandosi sull'offerta di un catalogo "universale", favorisce solo prodotti discografici che arrivano ad altissimi numeri di ascolto. Numeri d'acquisto che nel mercato dei supporti fisici produrrebbero stipendi "di sopravvivenza" sono invece economicamente insignificanti tradotti in streaming.

L'analisi di Prasad vuole invitare i musicisti a non accettare questo sfruttamento e cerca di favorire un mercato orientato al Fair Trade: un mercato - vuol dire - in cui la remunerazione dei lavori prodotti permetta tendenzialmente la sopravvivenza di chi li produce e non solo l'arricchimento degli intermedari di vendita. E' un modello di mercato musicale che potrebbe assomigliare - secondo chi scrive - al mercato editoriale. Tuttavia Prasad sottolinea - ad esempio in questo contributo- che i musicisti stessi finiscono per essere conniventi a questo modello di esproprio, caratteristico della logica delle piattaforme. E' tipico delle piattaforme infatti che l'attività degli utenti, non remunerata, venga messa a reddito in molteplici forme.

Si può obiettare che non tutte le piattaforme abbiano remunerazioni insignificanti per gli artisti, come ad esempio Bandcamp. Tuttavia recenti avvenimenti (4) - in particolare l'acquisto di Bandcamp da parte di Epic Games società partecipata indirettamente dal Governo Cinese - mostra come poggiare su piattaforme più "remunerative", non metta al riparo da altre problematiche tipiche di questi strumenti. Le piattaforme infatti non guadagnano (esclusivamente) da una fornitura di serivizio all'utenza (musicisti ed ascoltatori in questo caso), ma sfruttano il servizio che offrono per altre finalità come sviluppare e rivendere tecnologia, oppure ottenere dati da utilizzare per il controllo della vita delle persone.


2.2) Il caso Spotify

Nell'ultimo anno si è parlato di Spotify essenzialmente per due casi di cronaca, che hanno causato le reazioni di diversi musicisti, alcuni celeberrimi. Il primo rigurda gli investimenti nell'industria bellica svolti da Daniel Ek, fondatore e CEO di Spotify, il secondo ha riguardato la presenza su Spotify di podcast che trasmettevano fake news sul COVID 19. In seguito a quest'ultima notizia Neil Young - poi seguito Joni Mitchell - ha chiesto la rimozioni di questi podcast, pena il suo abbandono della piattaforma. E' stato lui a doversene andare. Alcuni commentatori sottolineano che queste evenienze per Spotify non rappresentano un'occasionale sostegno ad iniziative discutibili, piuttosto sono coerenti con un modello di businness basato su diverse ed interrelate dimensioni di sfruttamento:

  • E' una piattaforma che sfrutta una situazione di arbitraggio, cioè ottiene grauitamente un prodotto e lo rivende per ottenerne un profitto: producendo quindi uno svilimento del valore del prodotto stesso;

  • E' una piattaforma che opera un'azione di tracciamento particolarmente massiccia ed invasiva;

  • E' una piattaforma ad alto impatto ambientale.

Rimaniamo su quest'utimo punto: in questo contributo, - che tratta del lavoro di stima di Devine - si riporta lo stato dell'arte delle politiche ambientali di Spotify al 2019. Si racconta della valutazione molto bassa che la piattaforma aveva ottenuto nella storica ricerca di Greenpeace del 2017, in particolare a causa della poca trasparenza dei dati. Ciò è cambiato nel corso degli anni. Possiamo aggiornare ulteriormente la situazione riportando che dal 2017 Spotify realizza un rapporto di sostenibilità di cui si possono trovare qui le diverse edizioni. In quella del 2021 la stima della quantità totale di emissioni indotte dalle attività Spotify consiste in 353.054 tonnellate di CO2(e), quindi - se chi scrive ha ben compreso - assai maggiore di tutte le più pessimistiche valutazioni contenute nel testo di Devine.


Esistono alternative e di che tipo a Spotify? Un punto di partenza per questa riflessione, oltre ai già citati contributi di Prasad puè essere questo ariticolo di Lealternative.net, sicuramente documentato ed utile. Non essendoci lo spazio in questo lavoro per una disamina attenta delle proposte, rimane però da sottolienare che Spotify viene comunque considerato al suo interno "ottimo ed insostituibile”. E' così difficile far passare il concetto che pagare 10 euro al mese per tutta la musica del mondo nasconda evidentemente qualcosa che non va?


3) Musica Live: Greenwashing e sostenibilità


Contestualizzare ed aggiornare il contributo dello scorso anno comporta confrontarsi da un lato con il tema del Greenwashing e dall'altro con alcuni tentativi di orientamento alla sostenibilità delle industrie musicali.


3.1) Sanremo 2022: il vincitore è il Greenwashing


Caso emblematico di Greenwashing, per lo meno in ambito nostrano, è stata la sposorizzazione di ENI del Festival di Sanremo 2022.

ENI è quell'azienda che è stata condanna per pubblicità ingannevole sulle qualifiche green del suo gasolio, ma soprattutto è quell'azienda che non ha un piano industriale in linea con gli obiettivi di riduzione delle fonti fossili, per cui ha ricevuto un'istanza all'OCSE da parte di diverse associazioni ecologiste.

Eni è anche quell'azienda che ha più volte sfruttato le sue sponsorizzazioni ad eventi culturali - e specificamente musicali - per convincere il grande pubblico di un suo impegno "green": sintesi di ciò si trova in questo articolo del Fatto Quotidiano e negli articoli di Jacobin Italia che trovate in questo post .

Durante l'ultimo festival di San Remo quindi diverse associazioni ecologiste con l'hashtag #sanreni hanno chiesto ai cantanti in gara di esprimersi contro la sponsorizzazione di ENI ed in generale contro la mancanza di azione della politica nei confronti del problema del riscaldamento globale. Com'è andata? Solo due cantanti in gara hanno aderito a questa richiesta (Cosmo e La Rappresentante di Lista), mentre agli attivisti di Greenpeace che protestavano fuori dal Teatro Ariston è stato dato il foglio di via da Sanremo per 3 anni.

Il mondo della musica che Sanremo ha manifestato è stato quindi una vetrina per l'industria del fossile, è stato il festival con la maggior integrazione dei social network di sempre, ed è stato il festival della repressione del dissenso ambientalista. Non si può dire sia mancata la coerenza.


3.2) Altre Esperienze (Music Declares Emergency)


E' decisamente complesso orientare l'industria musicale verso un percorso di sostenibiltà: questo articolo dell'anno scorso sulla scena inglese lo testimonia.

Tuttavia è possibile introdurre percorsi di lavoro che funzionino sia come occasione di aggiornamento tecnico e instaurino una cultura e delle relazioni che progressivamente orientino operatori e pubblico verso un impatto ambientale decrescente.

Una interessante novità nel panorama italiano è Ecoevents: progetto partecipato da Legambiente e rivolto alle manifestazioni sportive e culturali, di cui è stata fatta esperienza da Umbria Jazz .

Nel post dello scorso anno sull'ecologia politica mi riservavo di tentare un giudizio sulla campagna "Music Declares Emergency" promossa da operatori dell'industria musicale inglese e aveva trovato sponsor di celebri come Brian Eno o Thom Yorke. Ci sono - sul sito della campagna- pagine d'estremo dettaglio sulle azioni possibili per ridurre l'impatto ambientale delle industria musicali. (Suddivise per portatori di interesse: artisti, pubblico, industria). Pagine sicuramente utili, ma forse adeguate alla struttura dell'industria discocrafica degli anni '90 del '900. L'unico frangente in cui lo streaming viene esplicitamente citato è nel parlare delle azioni che possono essere messe in campo dai consumatori, a cui viene consigliato di passare alle rinnovabili nelle loro abitazioni. Si trova scritto "Passa ad elettricità rinnovabile al 100% così - ascoltando dischi o musica in streaming - saprai che i tuoi suoni preferiti sono alimentati da energia pulita". Il problema è che questa frase così formulata è falsa. Sarebbe così se anche i server delle piattaforme da cui lo streming è fornito fossero alimentati ad energia rinnovabile, ma ciò - come sappiamo - ciò non è certo: nella migliore delle ipotesi è parziale. Inoltre non affronta il problema del peso assoluto dello streaming, che come abbiamo visto è enormemente cresciuto, secondo le stesse dichiarazioni di Spotify sull'aumento della Co2 prodotta.


Concludendo: in attesa del prossimo contributo di Devine che dovrebbe trattare dei percorsi delle industrie musicali verso la sostenibilità non mi pare che le sue analisi abbiano trovato particolare eco. Anche chi è attento all'eveolzione dell'industria del fossile e delle piattaforme fatica a sottolineare la partecipazione da parte del mercato musicale alle loro dinamiche. La pandemia ha sicuramente rallentato le non semplici esperienze di sostenibilità degli eventi musicali. I musicisti, in mancanza di un settore di critica musicale sufficientemente vivace e diffuso, è preda - o spesso complice - di un meccanismo di esproprio del proprio lavoro e della relazione con i propri appassionati. Si rimanda ad un contributo futuro una riflessione più specifica sulla possibilità di "alternative" alle piattforme di streaming correnti, seguento i già citati contributi di Anil Prasad e del sito Lealtrenative.net.


Note:

(1) Kyle Devine: Decomposed: the political ecolgogy of music, Cambridge, MA: The Mit Press, 2019.

(2) Shoshan Zuboff, The Age of Survellance Capitalism - The fight for the Future at the New Frontier of Power, London, Profile Book, 2019.

(3) Wu Ming 1, La Q di Complotto - QAnon e dintorni come le fantasie di complotto difendono il sistema, Roma, Edizioni Alegre, 2021 pagine 235 e ss.

(4) Dal profilo facebook di Anil Prasad: " So, Bandcamp is purchased by Epic Games, 40% owned by Tencent, which exists in servitude to the Chinese Communist Party, acting as its propaganda mouthpiece and heavily involved in censorship and surveillance. A hugely disappointing outcome for a business founded on ethics and community. Also, notably, Tencent owns 7.5% of Spotify (Details: https://eastmeetswest.substack.com/p/tencent-music?s=r)" .




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